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25 luglio 2017 News0

La paura è un’emozione provata in tutto il regno animale: la sua funzione è di preparare l’organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad affrontare un pericolo mettendo in atto comportamenti di risposta all’evento temuto: generalmente l’attacco o la fuga. Maggiore è la minaccia percepita, tanto maggiore sarà l’intensità di questi meccanismi preparatori. Sotto stress, la nostra capacità di proiettarci con la mente e con la memoria nel passato e nel futuro ci rende vulnerabili alla stessa emozione che dovrebbe garantirci la sopravvivenza: la paura.

Nell’attacco di panico si focalizza l’attenzione sui propri stati interni fisiologici in relazione alla paura. Nel corso di un attacco di panico il mondo appare strano: le cose appaiono diverse dal solito, il corpo diventa leggero e pesante allo stesso tempo…è come se la mente cercasse una via di fuga. La testa diventa pesante, il corpo è pervaso da brividi e tremori come se stesse accadendo qualcosa di terribile. Fiato corto, gambe pesanti, battito accelerato che rimbomba nelle orecchie come accade prima di uno svenimento che però non arriva mai. Il panico ti lascia lì spaventato, sudato e pallido; non puoi fare nulla se non aspettare che tutto passi. In fondo non si muore per un attacco di panico nonostante i sintomi possano far pensare ad un attacco cardiaco o ad una crisi respiratoria.

Il pensiero che consegue a questa esperienza è quello di impazzire: un’apprensione che si sviluppa di fronte ad un’emozione così prorompente, arcaica e basilare che nel panico si sviluppa alla massima potenza il più delle volte senza un motivo apparente: la paura profonda e viscerale.

Quando si ha un attacco di panico la paura si impossessa di noi, ma non si tratta di una paura per un oggetto o una situazione al di fuori di noi di fronte alla quale si può fuggire. Si tratta di una paura profonda, viscerale, primitiva dalla quale non si trova una via di uscita. Sono le sensazioni corporee, o stimoli enterocettivi, a far più paura: il proprio battito cardiaco, il proprio respiro, i brividi, in altre parole è l’esperienza del sentire a cambiare. Si tratta di un’esperienza che spinge a riflettere sui significati della vita: sentire, vivere, provare emozioni, morire.

Nella fase iniziale gli attacchi vengono accompagnati da uno stato di paura ed ansia associato a sintomi somatici. Questa condizione può manifestarsi sia con uno stato di allerta e minaccia persistente per la propria integrità fisica e psichica, sia come “paura della paura“: ovvero la paura relativa alla possibilità che possa verificarsi di nuovo un attacco di panico in situazioni in cui potrebbe essere difficile da gestire. Questa paura porta ad evitare tutte quelle situazioni che vengono considerate a rischio, in tal modo si limita la propria libertà. Il proprio funzionamento sociale, lavorativo ed affettivo risulta pertanto compromesso.

Solo con il tempo e con l’aiuto di uno specialista si riesce a comprendere come il panico possa essere una delle vie privilegiate per avere quella apertura mentale per conoscersi e conoscere.

I sintomi di cui ci si vorrebbe liberare, non sono mai il reale problema che risiede altrove, in luoghi più profondi. Imparare a gestire l’ansia, gli attacchi di panico e altri sintomi cercando di metterli a tacere, produce scarsi effetti sulla nostra qualità della vita. La psicoterapia è uno strumento che permette di esplorare nel profondo il luogo in cui risiede l’origine di ogni sintomo, lo psicoterapeuta affianca l’individuo nella ricerca di strade nuove ed originali da percorrere per costruire un reale cambiamento nella propria vita. Solo affrontando la funzione del sintomo rendendola nulla si può realmente modificare ed eliminare.


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28 dicembre 2018 News0

Stabilire dei limiti non equivale ad alzare la voce, arrabbiarsi o mancare di rispetto all’altro non tenendo conto dei suoi bisogni. Mettere dei limiti significa proprio il contrario: strutturare, regolare il comportamento e insegnare, in poche parole vuol dire educare.

Educare implica il dire “no” a richieste inappropriate, trasmettendo ai nostri figli il principio che a volte bisogna saper aspettare per ottenere ciò che si desidera. Educare significa anche insegnare che alcuni comportamenti hanno delle conseguenze pertanto andrebbero corretti.

Sono molteplici le domande e i dubbi che ci travolgono quando si tratta di educare i nostri figli, così come le emozioni, soprattutto quando bisogna stabilire dei limiti. Molti genitori sentono di essere rispettivamente “cattivi padri” o “cattive madri” quando devono prendere decisioni che riguardano le regole da fissare.

Facciamo un esempio: vi trovate in pizzeria con vostro figlio, improvvisamente quella che doveva essere una piacevole uscita di famiglia si trasforma in breve tempo in una situazione frustrante e imbarazzante. Vostro figlio pretende di avere lo smartphone per giocare, ma voi non soddisfate questa sua richiesta perché pensate non sia il momento per isolarsi. Il bambino a questo punto inizia a piangere, gridare, si butta per terra e scalcia. Voi iniziate a vergognarvi perché a quel punto tutti gli altri clienti vi guardano disturbati dalla situazione, vi arrabbiate sempre di più e per porre fine al caos date il telefono al bambino. A questo punto tutto si tranquillizza: vostro figlio smette di fare i capricci e soddisfatto si mette a giocare, voi non dovete più preoccuparvi degli sguardi infastiditi e giudicanti delle altre persone e potete continuare la cena.

In una situazione di questo tipo, ovvero quando i genitori cedono, da una parte si sentono sollevati perché il bambino smette di piangere e non si devono più vergognare, dall’altra però trasmettono al bambino l’idea che grazie ai capricci può ottenere tutto ciò che desidera. Per i genitori è più semplice cedere alle richieste dei figli, ma a lungo andare il prezzo di questa abitudine sarà sempre più alto perché i comportamenti inappropriati si riprodurranno a velocità esponenziale con conseguenze sempre più sgradevoli.

Il bambino imparerà a manipolare gli adulti di riferimento attraverso questi comportamenti utilizzandoli regolarmente, mentre i genitori non riusciranno più a controllare il comportamento del proprio figlio se non accontentando ogni sua richiesta.

La mancanza di limiti ha delle conseguenze sullo sviluppo della personalità: gli individui che non hanno strutturato dei limiti hanno una bassa tolleranza alla frustrazione, fanno fatica a riconoscere e gestire le proprie emozioni e non accettano di buon grado le regole e gli obblighi. In genere manipolano e fanno sentire in colpa gli altri al fine di ottenere ciò che vogliono.

I troppi privilegi, la scarsa pazienza, la mancanza di costanza e impegno, la scarsa capacità di collaborazione, le aggressioni e anche la distruzione di oggetti, sono tutte conseguenze di un processo educativo carente di limiti. Il bambino diventa il despota in casa: è lui a ordinare, comandare e decidere.

Sono molte le famiglie in cui è il bambino ad avere l’ultima parola e gli adulti si adattano alle sue routine, ai suoi programmi, soddisfacendo ogni richiesta e capriccio.

Il compito principale dei genitori è proprio quello di educare i figli affinchè possano essere autonomi e auto-regolarsi, ma per far sì che questo avvenga è necessario che inizialmente vengano regolati dall’esterno attraverso la trasmissione di limiti e regole.

Il mestiere del genitore è sicuramente il più difficile e faticoso senza ferie o pause, a volte si può avere bisogno di un piccolo aiuto da parte di un professionista per evitare che la situazione diventi incontrollabile.


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22 novembre 2018 News0

L’abbandono del proprio partner, dei genitori durante l’infanzia o persino della società è una condizione che genera una ferita che, anche se nascosta, difficilmente rimargina completamente.

Ci si può trovare a dover affrontare, sin dalla più tenera età, la paura dell’abbandono.

Sentirsi abbandonati non equivale solo ad avere un genitore effettivamente assente durante l’infanzia, spesso si tratta di un abbandono emotivo che ha delle conseguenze più profonde e dolorose. Avere dei genitori fisicamente presenti ma assenti dal punto di vista emotivo, per un bambino può essere devastante per il proprio sviluppo relazionale, in quanto vengono minate le basi per lo sviluppo di un attaccamento sano.

Essere abbandonati durante l’infanzia è un’esperienza che segna e può portare a continui fallimenti affettivi che lasciano un senso di vergogna e angoscia. L’angoscia dell’abbandono porta a provare la sensazione di aver perso qualcosa e scava un vuoto dal quale echeggia il pensiero di non poter essere amati e che la solitudine sia il solo ed unico rifugio…che in fondo non ci si può fidare di nessuno!

Questa sensazione di vuoto non ha età, qualsiasi bambino la può sentire, qualsiasi adulto ne può essere devastato.

Temere che le persone che amiamo possano abbandonarci da un momento all’altro è comprensibile soprattutto quando esperienze del genere sono state già vissute, tuttavia non è sana l’ansia che si scatena di conseguenza: non possiamo permettere che il pensiero ossessivo di essere lasciati ci tormenti.

La paura dell’abbandono può diventare una prigione asfissiante che arriva a pregiudicare qualsiasi rapporto. Il modo migliore per gestirla è capirne l’origine. Si tratta di una paura primordiale che ha origine dalle relazioni primarie, pertanto liberarsene può non essere semplice, tuttavia sanare questa ferita aperta porta ad uscire da una gabbia che ci tiene prigionieri insieme alle nostre carenze affettive.

Il trauma di uno o più abbandoni va a minare la propria autostima: sentiamo di non valere nulla e si può sviluppare l’ansia di ulteriori abbandoni. La paura dell’abbandono può portare alla costruzione di dinamiche relazionali “tossiche”: si ha un bisogno continuo dell’altro, al punto da arrivare a rinunciare alla propria autenticità pur di sentirsi amati ed apprezzati (rinuncio a me stesso pur di compiacere l’altro).

Nessuno merita di vivere una relazione del genere: nessuno ha il compito di salvarci ed il partner non può rappresentare la nostra unica fonte di affetto. L’unico amore che può davvero guarire è quello per noi stessi.

Non si può permettere che la mancanza di fiducia vada a minare le nostre relazioni di coppia: per raggiungere la stabilità è necessario lavorare sulla fiducia in noi stessi per poter poi stingere rapporti più maturi e significativi.

E’ importante lavorare sulla propria autonomia emotiva, solo noi, infatti, possiamo colmare i nostri vuoti: non si può pretendere che qualcun altro si assuma le nostre responsabilità.

Il processo che porta ad elaborare e superare la paura dell’abbandono può essere un percorso lungo e doloroso che difficilmente si riesce a percorrere senza un aiuto.

Qualsiasi abbandono, fisico o mentale, lascia una profonda ferita. Se si sente che questo sentimento ci limita e impedisce di instaurare relazioni mature e soddisfacenti, è il caso di contattare uno psicologo.

Solo quando saremo in grado di dare a noi stessi l’amore che meritiamo, le cose cambieranno.


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18 giugno 2018 News0

La gravidanza e la maternità sono eventi di enorme portata nella vita di una donna.

Determinano cambiamenti fisici e psicologici che spesso possono diventare difficili da gestire e far emergere malessere e disagio.

Sono un periodo di cambiamento e di crisi evolutiva, caratterizzato da una precarietà emotiva che deriva dal trovarsi ad affrontare emozioni che spesso non si conoscono o non si sanno riconoscere, dalla paura di non essere all’altezza del compito, dal riferimento alle proprie esperienze di figlia, il cui ricordo può aiutare od ostacolare la propria esperienza di genitore.

Purtroppo l’aiuto che arriva alle mamme in attesa o alle neo-mamme dalla società in genere riguarda più consigli pratici su parto, allattamento, pappe e pannolini, piuttosto che informazioni su come nasce e si costruisce la relazione col proprio bambino, su quali emozioni, difficoltà, crisi possano scatenare la gravidanza e la maternità e su come tutte si possano affrontare in maniera efficace.

Inoltre nell’immaginario collettivo la gravidanza e la maternità sono eventi connotati sempre e solo in senso positivo: la madre deve essere felice per definizione e non può permettersi di avere problemi o se li ha deve reagire in nome dell’amore per il figlio ed il partner.

In realtà, se ci si ferma ad ascoltare una donna che è in attesa di un figlio o che lo ha appena avuto, si scoprirà che i sentimenti e le emozioni non sono certo racchiudibili in tali luoghi comuni. Emergeranno invece spesso la paura, la fatica, il senso di colpa, l’inadeguatezza, l’impotenza, la rabbia.

Capita spesso di pensare: “Ce la farò?” oppure “Sono malata se penso che non ce la faccio?”

In realtà, quando nasce un bambino, nasce anche una madre che ha bisogno di sostegno e cura quanto il bambino che deve nascere o è appena nato.

Il sostegno psicologico, l’incoraggiamento, l’ascolto ed il rispetto delle proprie sensazioni e stati d’animo è sicuramente basilare per la mamma in attesa o per la neomamma.

Per offrire cure ad un piccolo totalmente dipendente è indispensabile essere psicologicamente ed emotivamente in grado di farlo, e questo può avvenire solamente se una madre è, a sua volta accudita, se i suoi vissuti, anche e soprattutto quelli negativi, sono accolti e non rifiutati come “anormali”.

Ci sono persone che rimangono colpite quando scoprono che un neonato non suscita in loro solo sentimenti d’amore affermava Winnicott.

Invece è importante sapere che anche l’aggressività è una componente dell’amore materno, da sempre.

E’ importante sapere che ci si può sentire inadeguate, impotenti, in colpa, arrabbiate, esauste, distrutte e che questo non significa essere madri “cattive”. E’ necessario però parlare di tutti questi sentimenti, non isolarsi, non chiudersi nel proprio mondo credendo di essere “sbagliate”.

Il periodo della gravidanza è importante per costruire lo spazio affettivo che accoglierà il bambino, lo è pure per l’elaborazione delle crisi e dei conflitti che possono emergere in questo momento e che si rivelano necessari per la ristrutturazione della relazione di coppia e per la preparazione dei coniugi al ruolo di genitori.

La nascita di un figlio può infatti alterare tutta una serie di equilibri e dinamiche che la coppia si è costruita nel tempo. Possono nascere tensioni ad esempio rispetto alla gestione della vita domestica e dei ruoli in casa, sulle modalità di cura ed educazione del bambino. A volte possono riattivarsi questioni non risolte rispetto ai propri modelli genitoriali e diventa indispensabile impegnarsi per affrontarle ed elaborarle. L’arrivo di un figlio richiede una ridefinizione delle regole e degli spazi nella coppia, e questo richiede grande flessibilità, capacità di definizione dei confini del nuovo nucleo familiare e acquisizione e rinforzo delle nuove competenze genitoriali.

La genitorialità può diventare un’opportunità di crescita per la coppia, l’aiuto di un professionista può favorire il confronto e migliorare la comunicazione e l’intesa. L’esplicitazione e condivisione delle proprie ansie può ridurre le incomprensioni e rafforzare il legame.

Il servizio di sostegno alla maternità fornisce supporto psicologico alla donna nel corso della gravidanza, nei mesi immediatamente successivi al parto e durante i primi anni di vita del bambino.

Nello specifico si propone un percorso finalizzato a:

  • supportare la donna durante questa delicata fase del ciclo di vita, offrendo uno spazio di ascolto rispetto alle paure e alle preoccupazioni che possono emergere durante la gravidanza e dopo la nascita del bambino
  • creare uno spazio mentale che predisponga all’accogliere il neonato. In particolare, durante la gravidanza la donna viene aiutata a rielaborare i ricordi delle relazioni con le proprie figure di accudimento e delle esperienze di sé come figlia
  • focalizzare l’attenzione sulle rappresentazioni e le aspettative della donna rispetto all’assumere il ruolo di madre
  • facilitare il riconoscimento dei bisogni emotivi e fisiologici del proprio bambino
    sostenendo le donne a rischio di depressione post partum
  • fornire un supporto rispetto alle difficoltà nell’alimentare il proprio bambino sia nella fase dell’allattamento sia durante l’acquisizione dell’alimentazione autonoma e valutare le difficoltà alimentari del bambino tra 0 e 3 anni di vita, tramite l’osservazione dell’interazione madre-bambino durante il pasto.

 


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9 aprile 2018 News0

Il terremoto, così come ogni evento naturale che provoca disastri, conduce l’uomo a sperimentare paure profonde e ancestrali, dal momento che lo mette nella condizione di dover fare i conti con un fenomeno assolutamente imprevedibile e che nessuna invenzione umana è in grado di controllare pienamente. Quando la terra trema, quando la natura fa sentire la sua “voce”, non solo viene messa a repentaglio la propria esistenza, ma vacillano anche i propri punti di riferimento e tutte le certezze. Questa paura ancestrale è amplificata in coloro che soffrono d’ansia e tendono a voler mantenere il controllo di tutto per poterla gestire al meglio.

La paura dell’ignoto, della possibilità di morire e talvolta il senso di responsabilità per l’incolumità dei propri bambini o dei genitori anziani, possono provocare non poche conseguenze a livello psicologico.

I sintomi frequenti che si sviluppano in questa fobia sono tutti sintomi che rientrano in un quadro di ansia e sono:

  • Palpitazioni, respiro rapido e iperventilazione
  • Desiderio di fuggire
  • Sudorazione
  • Secchezza della bocca
  • Vertigini
  • Disturbi intestinali
  • Tendenza a pianificare ogni via di fuga in caso di terremoto.

Le reazioni possono essere diverse: alcune persone sono più resilienti, sono cioè più capaci di “assorbire” l’urto di un evento catastrofico, altre lo sono meno. Anche all’interno di una stessa famiglia i vissuti possono essere molto differenti, nonostante magari la scossa sia stata vissuta nella stessa casa e affrontata con le stesse modalità.

Il trauma che un terremoto crea intacca qualcosa di profondo, qualcosa che è legato all’identità delle persone e dei popoli, alle certezze di una vita, a una quotidianità che non esiste più, all’incertezza sul futuro. Le crepe nelle case e negli edifici hanno moltissime similitudini con le crepe che si formano all’interno delle persone.

La metafora della distruzione è complementare alla metafora della ricostruzione, così come gli edifici si mettono in sicurezza e si ricostruiscono, così le memorie vengono rispolverate e riempite di nuove esperienze; così come le crepe vengono sistemate, così le fratture del sé vengono ricucite; alcune ferite si rimarginano, altre lasceranno per sempre il segno.

Il terremoto porta alla luce paure profonde e la consapevolezza della precarietà dell’esistenza, con effetti psicologici molto seri. Può essere tuttavia l’occasione per riflettere sul senso della nostra vita, sulla qualità dei rapporti umani, sui valori che fino ad oggi abbiamo seguito, su ciò che è veramente importante per noi.

Quando ormai si pensa di aver superato il trauma, una scossa o un anniversario può far riemergere ricordi e reazioni che non si riescono a gestire e controllare. Questo può essere il segnale che la ferita è ancora viva e aperta e che è stata soltanto coperta per un po’ solo per evitare il sanguinamento. In questi casi può essere importante chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta per riuscire ad esplorare e affrontare il trauma senza farsi dominare da esso.


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5 febbraio 2018 News0

L’ansia da esame è caratterizzata dalla paura, dal terrore, di affrontare un’interrogazione o un esame. Ben altra cosa è l’ansia fisiologica che può accompagnare e favorire una prestazione, e porta al raggiungimento di migliori risultati rispetto alla sua completa assenza o ad eccessivi livelli di ansia.

Nell’ansia da esame patologica, l’idea di dover sostenere una prova è associata ad intensi sintomi come preoccupazione, pensieri o immagini catastrofiche (essere bocciati, fare una figuraccia, fare scena muta, non ricordare nulla, avere una crisi di panico, scappare all’ultimo momento, sentirsi falliti, umiliati, difettati o deludere gli altri significativi) che innescano la cosiddetta “ansia anticipatoria”.

Le persone affette da ansia da esame possono sviluppare tutta una serie di sintomi tra i quali: ansia diffusa, preoccupazione eccessiva per la prova, confusione, tremori, agitazione, irrequietezza, incapacità a rilassarsi, tachicardia, nausea, vertigini, sintomi fisici vari; nei casi più “gravi” questi sintomi possono sfociare in un vero e proprio attacco di panico situazionale che, può innescare la paura di morire, di perdere il controllo di se stessi o di impazzire. Spesso le persone affette da ansia d’esame evitano di affrontare la prova per il timore di non riuscire a sopportare i sintomi e le conseguenze dell’ansia. Spesso si cerca di far fronte all’ansia da esame assumendo ansiolitici che possono alleviare lo stato ansioso ma non incidono sulle cause psicologiche che sono alla base della crisi ansiosa.

Gli adulti e gli adolescenti sono consapevoli che la loro paura è irrazionale o, quanto meno, esagerata ma, nonostante questa consapevolezza, non riescono a fronteggiarla, anzi il fatto di essere coscienti di esagerare espone gli studenti ad ulteriori sofferenze che derivano dalla considerazione di essere diversi dagli altri, troppo fragili, di non poter raggiungere traguardi ambiziosi, di deludere gli altri, di essere dei falliti. Questi pensieri negativi possono compromettere l’autostima, innescare vissuti di inadeguatezza a cui spesso si accompagnano sentimenti di vergogna, autosvalutazione e depressione.

A causa dell’ansia da esame la persona può compromettere il proprio percorso scolastico ritardando la conclusione degli studi oppure può avere un rendimento inferiore all’investimento, all’impegno nello studio e alle proprie capacità cognitive. Nei casi più gravi l’ansia da esame può spingere l’individuo ad abbandonare gli studi nonostante le potenzialità.

Spesso, per queste persone, la prova da affrontare (sia essa un’interrogazione, un compito in classe o un esame), non si limita ad una prestazione ma coincide con il valore personale che si attribuiscono: in sostanza fallire ad un esame equivale ad essere dei falliti, compromettere la propria vita, deludere se stessi e gli altri.

Il lavoro psicoterapeutico mette spesso in risalto come, nella storia di chi soffre di ansia da esame patologica, l’autostima ed il valore personale, così come l’essere degni di amore, sia stato condizionato dalle “prestazioni”, in particolare scolastiche.

E’ possibile riscontrare nella storia di queste persone episodi specifici che le hanno portate all’eccessivo investimento sul successo scolastico per ottenere ammirazione, amore, approvazione o, al contrario, evitare umiliazioni o rimproveri. L’ansia da esame è spesso accompagnata da pensieri di fallimento, vergogna, paura di deludere gli altri o di compromettere il proprio futuro. In genere, le persone che manifestano eccessiva ansia da esame hanno un’autostima condizionata dagli altri (insegnanti, datori di lavoro, partner, genitori, amici, ecc.) e quindi più vulnerabile poiché basata su criteri esterni che spesso possono rivelarsi arbitrari.

L’ansia da esame non è dunque semplicemente l’ansia per l’esame, ma l’angoscia, che può sfociare in panico, di dover ogni volta giocarsi tutto: autostima, fiducia, approvazione, amore, e rischiare di perderlo. Ognuno di noi esposto a questo rischio manifesterebbe un’ansia patologica. Alcune persone possono funzionare abbastanza bene finché un episodio, come una bocciatura imprevista, un voto basso o una prestazione non all’altezza, fa crollare tutta la sicurezza innescando o, aumentando, l’ansia per gli esami futuri. In altri casi le persone fanno i conti con la propria ansia da sempre.

L’ansia da esame può influire in maniera significativa sulla qualità della vita della persona e questo deve far riflettere circa l’importanza di un trattamento psicoterapeutico.

Il problema centrale da affrontare all’interno di un percorso psicologico consiste nel rafforzamento della propria autostima rendendola meno dipendente dal giudizio degli altri.


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28 gennaio 2018 News0

Forse dovrei andare da uno psicologo! È una frase che molti pensiamo in momenti difficili, in realtà ad oggi sono ancora pochi coloro che decidono di intraprendere un percorso terapeutico nonostante la psicologia incuriosisca e affascini la maggior parte delle persone.

“Chi va dallo psicologo è pazzo!”: questo sembra essere un pregiudizio ormai abbattuto, nonostante ciò ci sono una serie di false credenze che ostacolano la scelta di rivolgersi ad uno psicologo nei momenti di crisi o di difficoltà legati a fasi particolari della propria vita.

Cerchiamo di approfondire alcune delle motivazioni che prevalgono nel momento in cui si sceglie di intraprendere un percorso psicologico ma ci frenano nel momento in cui dovremmo fare la chiamata per il primo colloquio:

  • Lo psicologo costa molto

Si pensa spesso che una terapia psicologica richieda più sedute a settimana a un costo elevato, in realtà la maggior parte dei professionisti propongono una seduta settimanale o anche quindicinale in base alle esigenze, rendendo la spesa molto più accessibile.

Nessuno nega che si tratti di un corposo investimento economico, ma è appunto un investimento sulla propria salute e benessere paragonabile ad altre spese sanitarie e come tale detraibile fiscalmente.

  • Posso parlare con i miei amici

Sicuramente la vicinanza emotiva e il sostegno degli amici è una risorsa fondamentale per ogni individuo in particolare nei momenti di difficoltà, ma il supporto psicoterapeutico è un intervento di struttura differente con caratteristiche e modalità specifiche.

La competenza professionale di uno psicologo porta il paziente non solo a tirare fuori e sfogare i propri problemi, ma soprattutto ad elaborare i propri vissuti, ad essere più consapevole delle proprie emozioni riuscendo in tal modo a gestirle, ad analizzare le proprie relazioni e i propri comportamenti.

Il segreto professionale al quale è legato lo psicologo inoltre, può favorire il paziente ad aprirsi su temi profondi e privati senza sentirsi giudicato.

  • Chiedere aiuto è segno di debolezza

Decidere di intraprendere un percorso terapeutico nel quale mettersi in discussione a 360 gradi per poter migliorare, è un atto di grande coraggio, il solo fatto di fare una chiamata per chiedere un appuntamento richiede uno sforzo emotivo non da poco.

Per ammettere la propria sofferenza, per chiedere aiuto e mettersi in discussione ci vuole forza e coraggio, è molto più semplice far finta che tutto vada bene o si risolverà col tempo.

  • Sono forte, ce la faccio da solo

Spesso il pensiero di riuscire ad affrontare il problema da solo rivela il fatto che il problema è stato soltanto messo da parte con la speranza che il congelamento e il tempo possa farlo sparire.

In realtà poi ci si ritrova a rivivere sempre gli stessi problemi, le stesse delusioni, le stesse dinamiche relazionali.

Le difficoltà vanno attraversate ed elaborate per essere superate, si tratta di un lavoro faticoso e a volte non si ha la lucidità per mettersi completamente in discussione da soli, per questo i problemi si ripresentano e i sintomi possono aumentare.

  • A me non serve lo psicologo

Spesso non si è consapevoli dei propri problemi, a volte le persone si rendono conto che nella loro vita c’è qualcosa che non va e agiscono per attuare dei cambiamenti ed essere più soddisfatti, al contrario altre persone attribuiscono la responsabilità e la causa dei propri problemi all’esterno senza mettere minimamente in discussione il proprio comportamento o atteggiamento.

Si tratta dei casi sicuramente più gravi e più difficili, la mancanza di consapevolezza non permette di chiedere aiuto e richiede l’intervento di amici e parenti esasperati che cercano di incitare la persona a mettere in luce le proprie difficoltà che risultano ormai non più tollerabili per l’ambiente di appartenenza.


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18 gennaio 2018 News0

La rivalità e gelosia tra fratelli è un fenomeno molto comune nelle famiglie con due o più figli. Il conflitto viene espresso attraverso aggressioni verbali e fisiche soprattutto da parte del fratello più grande che spesso accusa i genitori di avere delle preferenze per il figlio più piccolo.

Dopo aver vissuto nella condizione di “figlio unico” per diversi anni con la convinzione di mantenere questa posizione privilegiata per lungo tempo o addirittura per sempre, il primogenito si sente spodestato dall’arrivo del fratellino o della sorellina che diventa il fulcro dell’attenzione dei genitori.

La gelosia che caratterizza il rapporto tra fratelli, nella realtà ha come bersaglio proprio la madre o il padre: gli attacchi nei confronti del più piccolo spesso derivano dal timore di essere trascurati e messi da parte.  Il nuovo arrivato assume il ruolo di intruso, di rivale da combattere per riconquistare la vecchia posizione centrale di potere.

I genitori possono avere dei comportamenti diversi nei confronti del secondo figlio, essendo più maturi e sicuri per l’esperienza acquisita, inoltre il primo figlio a volte viene caricato da investimenti eccessivi, considerato il garante della continuità familiare è gravato da un peso simbolico proprio del primogenito. Questo porta il bambino a fare dei confronti, a subire cambiamenti negli spazi, nelle abitudini che spesso i genitori non riescono a compensare: tutto questo genera frustrazione, senso di abbandono e rabbia.

L’esperienza dell’arrivo di un fratello è comunque un’esperienza importantissima, un momento di crescita e maturazione per il figlio più grande che è costretto a confrontarsi, senza potersi sottrarre, con bisogni, comportamenti e interessi nuovi.

Diversità e somiglianza sono le caratteristiche che rendono unica la relazione tra fratelli: necessità di distinguersi dall’altro, di fare spazio affettivo per accogliere un altro individuo diverso ma simile, con il quale si condividono oltre al patrimonio genetico, anche esperienze comuni e la storia familiare.

Il primogenito può trovarsi nella posizione di essere oggetto di dipendenza e ammirazione da parte del fratello e cerca di barcamenarsi tra la rivalità, la solidarietà e la condivisione di spazi e tempi oltre che dei genitori.

La relazione tra fratelli si può considerare come la prima palestra di vita sociale, un’occasione di apprendimento e sperimentazione delle proprie capacità di cura, di collaborazione e di alleanza per ottenere dei vantaggi comuni.

La funzione della madre e del padre nel rapporto tra fratelli deve essere quella di favorire la condivisione cercando di non far sentire al figlio più grande sentimenti di abbandono e trascuratezza, è importante riservare per lui degli spazi privilegiati di ascolto attento e partecipe.

Il ruolo del figlio maggiore non deve implicare responsabilità ed obblighi per soddisfare le aspettative dei genitori che devono favorire l’alleanza e la condivisione di esperienze mantenendo comunque lo spazio vitale di ognuno e l’autonomia.

Tra fratelli esiste un legame unico, irripetibile e speciale che inizia precocemente e dura a lungo nel tempo acquisendo un’importanza sempre maggiore nel corso della vita.


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20 dicembre 2017 News0

Sta per arrivare il Natale, la tradizionale festa della famiglia!

Si tratta di un’occasione per ritrovare, recuperare e consolidare i legami affettivi e i sentimenti di appartenenza. Si addobba la casa, l’albero di Natale, si partecipa a pranzi e cene luculliane, ci si scambia i regali…la tradizione e l’educazione ci hanno indotto a vivere magicamente il lungo periodo natalizio.

Ma a Natale siamo tutti più buoni e più felici?

Non è proprio così…ci sono molti più Grinch di quanto immaginiamo!

Comprare tutti i regali, organizzare cene con parenti e amici, valutare l’anno trascorso, il riaffiorare del ricordo di chi non c’è più, ma soprattutto mostrarsi in sintonia con il clima di festa: tutto ciò può generare uno stato di frustrazione, tristezza e depressione.

Più in generale il fastidio, l’irritazione e il desiderio che il periodo natalizio finisca il prima possibile, possono essere identificati come i sintomi della “depressione Natalizia” o “Christmas blues” come la definiscono gli americani.

L’aspetto positivo è che questo stato psicologico non si può considerare patologico: si tratta di un malessere che trova la sua risoluzione con il rientro alla propria routine quotidiana dopo l’epifania.

I sintomi più comuni sono:

  • Mal di testa
  • Incapacità a dormire o dormire troppo
  • Cambiamenti nell’appetito causati da perdita o aumento di peso
  • Agitazione o ansia
  • Senso di colpa eccessivo o inappropriato
  • Diminuzione della capacità a pensare chiaramente o a concentrarsi
  • Diminuzione dell’interesse in attività che normalmente portano piacere come: cibo, sesso, lavoro, amici, hobby e divertimenti.

L’incontro con i propri familiari e amici, se forzato, può portare l’individuo a scontrarsi con gli aspetti disfunzionali delle proprie relazioni, situazioni conflittuali irrisolte generano disagio e tensione.

Queste occasioni ci costringono a confrontarci con noi stessi e con gli altri dovendo rispondere spesso a domande indiscrete o inopportune, che generano sensazioni di rabbia, ansia, tristezza e frustrazione. In particolare, per le persone che stanno affrontando una fase particolarmente difficile della loro vita (separazione, lutto, difficoltà lavorative), i sentimenti di solitudine e abbandono si acutizzano in prossimità delle festività e il ricordo di eventi dolorosi diventa più difficile da gestire.

La depressione natalizia non è una malattia, ma una sorta di crisi esistenziale accompagnata da malinconia, una specie di “depressione post partum”: così come la donna che ha appena partorito spesso è depressa mentre tutti si aspettano che sia felice e piena di entusiasmo, allo stesso modo una persona con un disagio interiore si sente chiamata a esternare felicità per rispondere al clichè della gioia del Natale (P. Vinciguerra).

La depressione natalizia può però originare anche dall’eccesiva aspettativa di gioia associata a questo evento, per alcuni il Natale stimola a rimuginare sull’inadeguatezza della propria vita e sulla precarietà dei legami. Le festività rappresentano infatti una pausa dalla routine quotidiana e quindi cambiamenti nelle abitudini e nelle attività, il tempo libero può far riaffiorare i problemi e le difficoltà fino a quel momento apparentemente gestiti o ignorati.

Per coloro che già soffrono di disturbi dell’umore, il Natale può far peggiorare la sintomatologia clinica e portare a manifestare risposte emotive negative, agitazione, disperazione e ritiro. Purtroppo questo periodo dell’anno si caratterizza anche per un’elevata acutizzazione di crisi depressive con possibile rilevanza di tentativi di suicidio e decessi alcol correlati.

Nel caso in cui lo stato di sofferenza psicologica si manifesti con una sintomatologia importante, è indispensabile consultare un professionista della salute mentale per impostare un intervento di cura mirato.

Occuparsi del proprio disagio è importante oltre che utile.

Se si vive un momento difficile non ci si può costringere a far finta di nulla, ostentando una felicità e una serenità fittizia.


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8 dicembre 2017 News0

Prima o poi arriva il momento dello svezzamento per il bambino, i genitori devono essere preparati ad affrontare questa prima forma di autonomia ed accompagnare il proprio figlio nel percorso che porta alla formazione di sane abitudini alimentari.

Spesso il momento del pasto si può trasformare in una vera e propria lotta, dove il potere sembra essere nelle mani del bambino che può diventare in questa fase un paradossale tiranno rivoluzionario!

Il genitore dovrebbe cercare di trasmettere e far rispettare le regole principali che riguardano l’alimentazione, ovvero:

  • Mangiare da solo;
  • Mangiare tutto ciò che è nel piatto;
  • Non giocare con il cibo;
  • Mangiare tutti i cibi anche quelli di minor gradimento ma importanti per la salute come le verdure;
  • Restare seduto a tavola fino al termine del pasto.

I genitori devono affiancare, stimolare ed essere d’esempio al bambino al fine di fargli acquisire una sana educazione alimentare…non deve mancare perciò un’alta dose di pazienza!

Questa fase di acquisizione in molti casi è caratterizzata da “capricci” e proteste che, se non risolte in tempi brevi, possono condurre allo sviluppo di veri e propri disturbi alimentari o a difficoltà comportamentali.

Spesso i genitori mettono in atto delle  strategie che, lungi dall’essere efficaci, aumentano in loro il senso di fallimento e impotenza.

Possiamo elencare alcuni esempi:

  • Spronare il bambino fino ad arrivare all’autoritarismo (“mangia!”) o al ricatto emotivo (“se non mangi mamma diventa triste!”);
  • Corrompere il proprio figlio attraverso dei ricatti concreti (“se mangi tutto ti porto alle giostrine”). E’ una strategia che può portare a dei risultati nell’immediato, ma a livello educativo può essere deleteria;
  • Confrontare il comportamento del bambino con quello dei fratelli o degli altri amichetti (“guarda come è bravo tuo fratello che ha mangiato tutto!”).

Tutte queste strategie fallimentari portano a focalizzare l’attenzione sul problema e trasformano il momento del pasto in un vero e proprio incubo sia per i genitori che per il bambino che diventa sempre più ostinato e si sente visto solo per il suo “problema”.

Questo non fa che allontanare il cibo dalla funzione di piacere che dovrebbe assumere, queste dinamiche possono inoltre interferire con la capacità del bambino di autoregolarsi riconoscendo la sensazione di fame e sazietà.

Si possono individuare delle strategie che possono risultare utili ai genitori nell’affrontare questa fase oppositiva:

  • Evitare di forzare il bambino a mangiare, l’alimentazione deve essere importante per lui non solo per il genitore. Anche se questo vuol dire che per un po’ il bambino mangerà poco o salterà il pasto, è importante cercare di placare la propria ansia e far sì che si inneschi un’interruzione nella dinamica di potere che sottende al pasto;
  • Evitare di parlare solo del cibo, questo infatti non fa che ingigantire il problema e le ansie legate ad esso.

Sicuramente il bambino non si lascerà morire di fame, inoltre permettergli di mangiare sempre le stesse cose pur di fargli ingurgitare qualcosa non giova comunque alla sua salute e igiene alimentare.

E’ importante che i genitori siano fermi e uniti nel mettere in atto queste strategie educative senza farsi sopraffare dalle angosce.

Può essere utile l’aiuto di uno psicologo che può permettere ai genitori ed al bambino di affrontare quelle problematiche relazionali che possono nascondersi dietro al cibo.


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