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25 luglio 2017 News0

La paura è un’emozione provata in tutto il regno animale: la sua funzione è di preparare l’organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad affrontare un pericolo mettendo in atto comportamenti di risposta all’evento temuto: generalmente l’attacco o la fuga. Maggiore è la minaccia percepita, tanto maggiore sarà l’intensità di questi meccanismi preparatori. Sotto stress, la nostra capacità di proiettarci con la mente e con la memoria nel passato e nel futuro ci rende vulnerabili alla stessa emozione che dovrebbe garantirci la sopravvivenza: la paura.

Nell’attacco di panico si focalizza l’attenzione sui propri stati interni fisiologici in relazione alla paura. Nel corso di un attacco di panico il mondo appare strano: le cose appaiono diverse dal solito, il corpo diventa leggero e pesante allo stesso tempo…è come se la mente cercasse una via di fuga. La testa diventa pesante, il corpo è pervaso da brividi e tremori come se stesse accadendo qualcosa di terribile. Fiato corto, gambe pesanti, battito accelerato che rimbomba nelle orecchie come accade prima di uno svenimento che però non arriva mai. Il panico ti lascia lì spaventato, sudato e pallido; non puoi fare nulla se non aspettare che tutto passi. In fondo non si muore per un attacco di panico nonostante i sintomi possano far pensare ad un attacco cardiaco o ad una crisi respiratoria.

Il pensiero che consegue a questa esperienza è quello di impazzire: un’apprensione che si sviluppa di fronte ad un’emozione così prorompente, arcaica e basilare che nel panico si sviluppa alla massima potenza il più delle volte senza un motivo apparente: la paura profonda e viscerale.

Quando si ha un attacco di panico la paura si impossessa di noi, ma non si tratta di una paura per un oggetto o una situazione al di fuori di noi di fronte alla quale si può fuggire. Si tratta di una paura profonda, viscerale, primitiva dalla quale non si trova una via di uscita. Sono le sensazioni corporee, o stimoli enterocettivi, a far più paura: il proprio battito cardiaco, il proprio respiro, i brividi, in altre parole è l’esperienza del sentire a cambiare. Si tratta di un’esperienza che spinge a riflettere sui significati della vita: sentire, vivere, provare emozioni, morire.

Nella fase iniziale gli attacchi vengono accompagnati da uno stato di paura ed ansia associato a sintomi somatici. Questa condizione può manifestarsi sia con uno stato di allerta e minaccia persistente per la propria integrità fisica e psichica, sia come “paura della paura“: ovvero la paura relativa alla possibilità che possa verificarsi di nuovo un attacco di panico in situazioni in cui potrebbe essere difficile da gestire. Questa paura porta ad evitare tutte quelle situazioni che vengono considerate a rischio, in tal modo si limita la propria libertà. Il proprio funzionamento sociale, lavorativo ed affettivo risulta pertanto compromesso.

Solo con il tempo e con l’aiuto di uno specialista si riesce a comprendere come il panico possa essere una delle vie privilegiate per avere quella apertura mentale per conoscersi e conoscere.

I sintomi di cui ci si vorrebbe liberare, non sono mai il reale problema che risiede altrove, in luoghi più profondi. Imparare a gestire l’ansia, gli attacchi di panico e altri sintomi cercando di metterli a tacere, produce scarsi effetti sulla nostra qualità della vita. La psicoterapia è uno strumento che permette di esplorare nel profondo il luogo in cui risiede l’origine di ogni sintomo, lo psicoterapeuta affianca l’individuo nella ricerca di strade nuove ed originali da percorrere per costruire un reale cambiamento nella propria vita. Solo affrontando la funzione del sintomo rendendola nulla si può realmente modificare ed eliminare.


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30 marzo 2019 News0

Che cosa si intende con iperattività nei bambini?

L’iperattività infantile e l’oppositività del bambino alle regole sociali sono diventati ormai fenomeni all’ordine del giorno. Negli ultimi 10 anni gli esperti hanno riscontrato un’esplosione di questi fenomeni infantili, i quali peraltro sembrano, con il passare del tempo, presentarsi sempre prima nel corso dello sviluppo infantile. Per questi motivi anche la psichiatria internazionale ha lavorato molto per creare delle categorie diagnostiche e dei nuovi protocolli di cura che facessero fronte alla portata epidemica del sintomo.

La diagnosi di ADHD – Attention Deficit Hyperactivity Disorder –  renderebbe conto di questo problema infantile, che si manifesta in sintomi quali: iperattività motoria e comportamentale resistente alle forme di controllo educativo, oppositività alla regola sociale e all’autorità, incapacità di concentrarsi su di un compito specifico a causa dell’eccessivo livello di eccitazione psico-fisica.

I protocolli di cura oggi più utilizzati vanno dalla rieducazione comportamentale, al cosiddetto parent training – ovvero il sostegno genitoriale – fino all’assunzione farmacologica. Il farmaco Ritalin, a cui sono stati affiancati nel tempo altri farmaci più recenti, è diventato ormai molto conosciuto e dice di quanto sia difficile da gestire la sofferenza di un figlio “iperattivo”.

 Quali possono essere le conseguenze sulla vita scolastica?

La scuola, con le sue richieste di rimanere tante ore seduti, ascoltare ed apprendere, esige un comportamento recettivo che può comportare una grande fatica per il bambino.

Nel contesto scolastico, le difficoltà di attenzione e l’iperattività sono causa di uno scarso rendimento, ma ciò di cui i bambini soffrono di più è la difficoltà di instaurare relazioni positive e significative sia con gli adulti che con i coetanei.

Il bambino iperattivo e disattento si confronta con un’immagine di sé sostanzialmente incapace, che viene continuamente sollecitata da compiti che egli teme di non saper svolgere e che tende quindi ad evitare.

Il senso di sé precario e il vissuto di inadeguatezza sono spesso rinforzati anche dalle conseguenze del disturbo che egli crea in classe, e dall’essere considerato ingestibile e insomma, “terribile”. A volte, peraltro, diventare l’eroe negativo può volere dire acquisire comunque un’identità o riuscire a catalizzare un’attenzione da parte degli altri che compensa il sentirsi “non visto”.

Il confronto continuo con un’immagine di sé “cattiva” aumenta ancor di più questi comportamenti. Sembra che quanto più il bambino si senta incapace, tanto più metta in atto comportamenti provocatori e onnipotenti: “posso fare tutto”, comportamenti che usa per negare il proprio senso di inadeguatezza.

Come possono collaborare genitori e insegnanti?

A volte ai genitori sembra che gli insegnanti non sappiano far altro che rimproverare i bambini fino allo sfinimento. In realtà la loro esasperazione non dipende solo dal comportamento dei bambini, ma dal proprio vissuto di frustrazione e impotenza: proprio gli stessi stati emotivi di cui il bambino cerca di sbarazzarsi attraverso comportamenti ipercinetici o provocatori. Possiamo ipotizzare che si inneschi un meccanismo di trasferimento di sentimenti intollerabili degli uni sugli altri, meccanismo che alimenta un circolo vizioso di aggressività in cui il bambino viene ripetutamente ammonito e allontanato dai compagni. Nella mia esperienza ho riscontrato la necessità di sensibilizzare gli insegnanti non soltanto a riconoscere alcuni sintomi tipici dell’ADHD, ma anche a individuare le implicazioni emotive legate alle difficoltà che accompagnano questi bambini. Può essere utile fermarsi a pensare a quanto accade nel “qui ed ora” dell’esperienza educativa e considerare la disattenzione o l’irrequietezza non come un comportamento incomprensibile: “Questo bambino è strano”, ma piuttosto inserirlo all’interno di una situazione di significato: “Che cosa è successo a quel bambino in quel determinato momento? Cosa è accaduto prima? Cosa può voler dire e comunicare?”.

Pensiamo che uno strumento privilegiato nella formazione dell’insegnante sia lo sviluppo della sua capacità di osservazione e di riflessione sul proprio vissuto emotivo in relazione al bambino. Anche il confronto tra colleghi può risultare prezioso e consentire una giusta distanza per comprendere meglio la situazione, laddove il coinvolgimento con il bambino sia molto intenso.

Spesso si crea anche tra insegnanti e genitori un circolo vizioso di accuse e rimproveri circa il senso di inadeguatezza nell’aiutare il bambino: rabbia ed impotenza ostacolano ulteriormente la comprensione e sono frequenti le recriminazioni per stabilire chi debba dare le regole al bambino. La ricerca del colpevole diventa una difesa anche per evitare di mettersi in discussione e fare i conti con sentimenti di colpa e inadeguatezza.

Come possiamo aiutare il bambino che presenta queste difficoltà?

I bambini, come è noto, si giovano di un ambiente prevedibile e tranquillo, un ambiente in cui ci sia la calma necessaria a cercare una comprensione che vada oltre le richieste esplicite.

Per questo è molto utile garantire continuità alla vita familiare tramite la creazione di regole, abitudini, attività routinarie e programmate, organizzando il tempo in sequenze: “prima fai questo…dopo questo..”, e la giornata in attività che diventino una consuetudine, possibilmente piacevole.  Il calendario settimanale servirà a capire come funziona il tempo, così che ci si possa “collocare” all’interno di esso.

Con bambini che fanno molta fatica a mantenere l’attenzione a lungo su una cosa, può essere utile organizzare il tempo in segmenti più brevi: compiti più lunghi, per esempio, possono essere suddivisi in step più piccoli e separati da pause.

A casa è bene evitare stimoli disturbanti, assicurando un ambiente il più possibile tranquillo, ma non devono mancare le sollecitazioni e gli interessi specie con la compagnia di coetanei. I tempi della TV è bene limitarli al programma preferito o a quello che può essere visto in compagnia di un genitore.

Infine, oltre alla collaborazione tra genitori e insegnanti potrà essere di aiuto il ricorso allo psicoterapeuta dell’età evolutiva: la sua competenza specifica servirà a creare e mantenere le condizioni idonee alla crescita e, ove sia necessario, suggerire l’opportunità di un intervento psicoterapeutico familiare.

Come si sente il bambino iperattivo?

Nella mia esperienza clinica, ho potuto riscontrare che un deficit della regolamentazione emotiva è centrale nella iperattività e nella disattenzione. Tale deficit si esprime attraverso la continua eccessiva motilità che può rappresentare molto spesso una difesa contro affetti intollerabili e incontenibili. Spesso i sintomi descritti sono quindi l’espressione di altre difficoltà sottostanti. Il comportamento iperattivo può essere considerato una difesa messa in atto contro emozioni intollerabili sperimentate nelle prime fasi dello sviluppo. L’esperienza che il bambino vive è quella di non essere in grado di autocontrollarsi e di interiorizzare le regole che l’ambiente circostante propone. Non riuscendo a modulare le sue emozioni, ha spesso esplosioni di rabbia e aggressività verso i coetanei o anche gli adulti. I genitori trovano molto faticoso gestire queste crisi immotivate così come le continue provocazioni e a volte l’intera famiglia lamenta un certo isolamento sociale. Un’importante conseguenza da tener presente è che la sensazione di non essere amato all’interno della sua famiglia e nell’ambiente che lo circonda, genera nel bambino una bassa stima di sé e ciò quasi sempre rinforza i suoi comportamenti disturbanti e rende difficile la motivazione al cambiamento. In questo modo si crea un circolo vizioso nel quale il comportamento provocatorio e disturbante genera una reazione nell’ambiente che finisce per rinforzare la sintomatologia e il sentimento di impotenza di fronte al cambiamento. In apparenza il bambino si mostra forte e provocatorio ma al suo interno un disagio profondo lo pervade. Si dispiace di essere considerato sempre cattivo e finisce con l’aderire a questa identità negativa che gli viene rimandata dalle esperienze che fa nel tempo in ambito relazionale e scolastico. Gli altri e lui stesso si convincono di questa realtà.

Che senso diamo alla sofferenza di un bambino – o di un ragazzo – che rifiuta le regole, che non riconosce l’autorità dell’adulto, che non è in grado di stare fermo?

La psicoanalisi sostiene che il disagio dell’essere umano non è mai semplicemente l’effetto meccanico di una disfunzione organica o cognitiva. La psicoanalisi lavora assolutamente in controtendenza rispetto ad ogni forma di riduzione del sintomo alla dimensione meccanica del biologico e del cognitivo. Piuttosto riteniamo che la sofferenza sia sempre originata da un turbamento del vissuto emotivo-relazionale. L’emotività, l’affettività, nella sua portata inconscia è in grado di destabilizzare anche in modo molto significativo il vivere quotidiano di un individuo.

Le dinamiche inconsce che intratteniamo con le figure importanti nella nostra vita sono centrali e restano la fonte principale delle nostre gioie e dei nostri dolori. Ciò vale a maggior ragione per i bambini, così esposti e sensibili, aperti a ciò che viene dall’altro.

Dire questo non significa affermare in maniera semplicistica che se è un bambino mostra una sofferenza, la “colpa” è dei genitori! Nel mio lavoro mi trovo spesso a combattere contro il fantasma della colpa, per far intendere ai genitori che non si tratta tanto di trovare un colpevole, ma di cercare di comprendere quelle dinamiche che, inconsapevolmente, ci portano a contribuire alla creazione di una certa situazione. La stessa cosa, infatti, si fa con i bambini. È un bene che, in misura diversa, ciascuno si domandi sempre che contributo aggiunge al sistema al fine di ingenerare una situazione difficile per tutti.

In questo l’approccio della psicoanalisi non è certo incentrato sulla “colpa”, sentimento paralizzante e frustrante, quanto piuttosto sulla “responsabilità”, come a dire: “Proviamo a fermarci un momento, tutti assieme, e domandarci cosa sta succedendo in questa famiglia. Che contributo possiamo dare sia in positivo che in negativo al benessere collettivo familiare?”.

Affermare questo significa intanto sostenere che l’iperattività è un sintomo, e non semplicemente una malattia. La differenza malattia e sintomo consiste in questo: una malattia è qualcosa da debellare, da correggere, da eliminare per ripristinare uno status quo antecedente; il sintomo invece è primariamente qualcosa a cui bisogna prestare ascolto, perché un sintomo vuole sempre dire qualcosa!

Riflessioni sul fenomeno dell’iperattività infantile

L’iperattività, così come la fobia infantile, la difficoltà di apprendimento, la condotta antisociale, ecc…sono tutti sintomi, come abbiamo detto. Sono sintomi proprio perché rinviano ad un problema latente, nascosto, che una terapia deve poter far emergere.

L’infanzia è essenzialmente il tempo della costruzione dell’identità, dei propri schemi relazionali, di ciò che caratterizzerà tutta la vita di un individuo. Ma il compito evolutivo a cui un bambino è chiamato ad assolvere è essenzialmente uno, che peraltro definisce l’essenza stessa del processo educativo. L’educazione consiste nel differimento della soddisfazione. Ciò che significa che un bambino deve imparare a saper rinunciare alla soddisfazione immediata dei propri desideri, imparando a differire questa soddisfazione nel tempo. La spinta pulsionale deve essere controllata, sublimata, in modo da permettere ad un bambino di non essere schiavo della soddisfazione. In fondo, nella vita occorre fatica, dedizione, impegno, capacità di tollerare la frustrazione, altrimenti sarà ben difficile riuscire a costruire e mantenere un autentico progetto di vita incentrato su di un desiderio solido e duraturo, come ad esempio quello di una professione.

Insieme a questo capacità di tollerare la frustrazione del bisogno, l’altro compito evolutivo fondamentale di un bambino è quello di riuscire a separarsi dal campo materno, entrando nel circuito degli scambi sociali. Non è un caso infatti che molte problematiche infantili esplodano nel momento in cui la realtà impone una separazione dalla madre, come avviene ad esempio all’ingresso del campo scolastico (asilo nido, elementari).

In questi momenti importanti di separazione il bambino è chiamato a rendere conto della capacità di distaccarsi dal soddisfacimento materno, riuscendo, anche se con qualche difficoltà, ad entrare nel legame con i pari e con le altre figure adulte.

È questo il percorso che ogni bambino è chiamato ad intraprendere: imparare a sostituire il legame unico con l’oggetto materno con nuovi legami.

In questo senso la de-maternalizzazione, lo svezzamento psichico è necessario al bambino per costruire il mondo dei legami sociali. Molte patologie infantili, per non dire tutte, hanno a che vedere, almeno in parte, con la difficoltà o il fallimento di questo processo di distaccamento simbolico.

Ma cosa riceve il bambino in cambio di questa rinuncia alla soddisfazione primaria e alla vicinanza affettiva all’oggetto materno? È ciò che molti bambini contemporanei si domandano e a volte domandano esplicitamente all’adulto: “Ma perché dovrei rinunciare ad avere tutto subito? Chi me lo fa fare? Perché dovrei accettare questa frustrazione? Cosa me ne viene in tasca?”.

Ciò che un bambino dovrebbe ricevere in cambio della rinuncia alla soddisfazione immediata è l’accesso alla dimensione simbolica del desiderio. Il desiderio è quella spinta vitale che spinge un individuo ad intraprendere un progetto di vita, una strada, una vocazione. E le vocazioni, si sa, iniziano a formarsi nell’infanzia. Ma non c’è accesso possibile al desiderio in assenza dell’esperienza di accettazione del limite, in assenza di rinuncia al soddisfacimento immediato della pulsione.

Volere tutto e subito resta nell’inconscio un comando potente.

La novità è che oggi questo comando al godimento immediato non solo non viene disincentivato dal discorso sociale, ma al contrario viene sponsorizzato con l’idea che l’unica soddisfazione possibile sia quella immediata, pura, senza compromessi e fatiche. È la felicità del godimento raggiungibile attraverso gli oggetto di consumo presenti sul mercato. Questo discorso sociale condiviso comporta un raddoppiamento della forza pulsionale presente nel bambino e rende più difficile l’esperienza del desiderio, che, come abbiamo detto, nasce dalla tolleranza dell’esperienza della mancanza, della perdita, della soddisfazione differita.


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21 febbraio 2019 News0

La depressione è uno dei disturbi psichici più comuni e invalidanti.  La percentuale di persone che soffrono di depressione sembra aumentare costantemente nel tempo e, non a caso, l’OMS ha previsto che nel giro di pochi anni la depressione sarà la seconda causa di invalidità per malattia, subito dopo le malattie cardiovascolari. Sul piano epidemiologico, la depressione è sempre più diffusa ed è il disturbo psichiatrico più comune: dal 10% al 20% della popolazione adulta viene colpito dal disturbo depressivo nel corso della vita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi circa 300 milioni di persone soffrono di depressione.

La depressione di per sé non è da considerare come malattia, quanto piuttosto un affetto, una realtà radicata nella nostra evoluzione psichica, una sorta di condizione indispensabile per la creatività, un sentimento abituale dell’uomo. La nostra esistenza è segnata infatti da momenti di inevitabile dolore. La vita infatti comporta delusioni, fatiche, perdite, che a volte stravolgono l’ordine del mondo in cui si credeva. Pensiamo, ad esempio, alla morte di una persona cara, alla fine di un amore, alla perdita di un lavoro o di un riconoscimento sociale: sono tutti eventi che segnano una crisi nel nostro equilibrio interiore, aprono ferite dolorose o ne riaprono di vecchie.

C’è bisogno di tempo per venire a patti, elaborare le perdite: i movimenti psichici richiedono gradualità e una certa lentezza. In alcuni casi questi processi possono anche incagliarsi e si fa fatica a riemergere da soli: la fiducia sembra affievolirsi; il dolore può diventare così insostenibile da spingere alla solitudine. La perdita di una persona o di una condizione esistenziale che offriva sicurezza e solidità può gettarci in un abisso: ci sentiamo persi in un buio senza fine, nell’impossibilità di ritrovare un contatto, un affetto, una speranza. A volte ciò che si sente perduto o mancante ha che fare con il proprio Sé: come se ci fosse un pezzo difettoso, qualcosa in meno, qualcosa che un tempo c’era e ora non si trova più.

Sentimenti di mortificazione, inadeguatezza, fallimento, disperazione, colpa possono via via offuscare il piacere della vita.

Definizione di depressione

La Depressione è un disturbo del tono dell’umore, funzione psichica importante per l’adattamento. L’umore è generalmente flessibile: quando gli individui vivono eventi o situazioni piacevoli, esso flette verso l’alto, mentre flette verso il basso in situazioni negative e spiacevoli. Chi soffre di depressione non mostra questa flessibilità, ma il suo umore è costantemente flesso verso il basso, indipendentemente dalle situazioni esterne.

Non a caso, dunque, chi presenta i sintomi della depressione mostra frequenti e intensi stati di insoddisfazione e tristezza, tendendo a non provare piacere nelle comuni attività quotidiane.

In generale, sentirsi depressi significa vedere il mondo attraverso degli occhiali con le lenti scure: tutto sembra più opaco e difficile da affrontare, anche alzarsi dal letto al mattino o fare una doccia. Molte persone depresse hanno la sensazione che gli altri non possano comprendere il proprio stato d’animo e che siano inutilmente ottimisti.

Quali sono i sintomi principali della depressione?

Il DSM (Manuale diagnostico dei disturbi mentali) mette in primo piano i sintomi biologici e somatici della depressione, ma trascura i vissuti soggettivi.

  • I sintomi della depressione più comuni sono la perdita di energie, senso di fatica, difficoltà nella concentrazione e memoria, agitazione motoria e nervosismo, perdita o aumento di peso, disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia), mancanza di desiderio sessuale e dolori fisici.
  • A questi però vanno uniti anche i vissuti emotivi tipici della depressione: le emozioni sperimentate da chi ne soffre sono la tristezza, l’angoscia, la disperazione, l’insoddisfazione, il senso di impotenza, la perdita della speranza e il senso di vuoto.
  • I sintomi cognitivi più comuni sono la difficoltà nel prendere decisioni e nel risolvere i problemi, la ruminazione mentale (restare a pensare al proprio malessere e alle possibili ragioni), autocritica e autosvalutazione, e pessimista.
  • I comportamenti che contraddistinguono la persona depressa sono l’evitamento delle persone e l’isolamento sociale, i comportamenti passivi, frequenti lamentele, la riduzione dell’attività sessuale e i tentativi di suicidio.

Le conseguenze della depressione quali possono essere?

Le conseguenze della depressione si possono riscontrare in diversi ambiti della vita dell’individuo. Chi ne soffre ha importanti ripercussioni sulla vita di tutti i giorni, dalla famiglia al lavoro. L’attività scolastica o professionale della persona depressa può diminuire in quantità e qualità soprattutto a causa dei problemi di concentrazione e di memoria. Questo disturbo, inoltre, porta al ritiro sociale e con il tempo danneggia le relazioni con il/la partner, figli, amici e colleghi.

In chi soffre di depressione, l’umore condiziona anche il rapporto con sé stessi e il proprio corpo. Tipicamente, infatti, chi è depresso ha difficoltà a curare il proprio aspetto, mangiare e dormire in modo regolare.

Non bisogna trascurare le conseguenze della depressione a livello fisico: l’American Heart Association (2014), ad esempio, ha evidenziato che la depressione è associata ad un aumentato rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e cerebrovascolari.

Chi soffre di depressione va incontro ad un ulteriore costo molto alto da pagare: soffrire a lungo e in forma grave del disturbo porta l’individuo a pensare, e spesso tentareil suicidio. Molte volte infatti, chi soffre di questo disturbo si toglie la vita lasciando nel pieno sconforto amici e parenti.

L’affetto depressivo

L’evento “chiave” che può innescare l’affetto depressivo è la perdita, la perdita di qualcuno o qualcosa che si ritiene necessario per il mantenimento del benessere psichico. Allo stesso tempo questo cambiamento si denota anche come perdita di uno stato del Sé, come un venir meno della stabilità interiore e del sentimento del proprio valore, della propria capacità. L’affetto depressivo implica sempre quindi un calo dell’autostima e un impoverimento del Sé: chi è depresso si sente scarico, svuotato, non crede più in se stesso e si considera un fallito.

Bleichmar (1996, 1997), riprendendo Freud (1926), evidenzia come oltre alla perdita, debba sussistere anche la mancata accettazione della stessa e il permanere del desiderio nei confronti dell’oggetto perduto, desiderio destinato a rimanere insoddisfatto per sempre perché la propria aspirazione al ricongiungimento con esso rimarrà sempre tale. Infine, perché si determini una compromissione dell’autostima e si configuri un’esperienza depressiva, è necessaria la presenza dell’aggressività, un’aggressività diretta contro se stessi. La fragilità costitutiva del sentimento di sè può talvolta portare a cercare affannosamente i rifornimenti per l’autostima soprattutto nel mondo esterno, nelle situazioni di vita e nelle relazioni. È questo il caso di individui che mostrano una difficoltà “strutturale” nel dare continuità al senso del proprio valore in assenza di conferme e di riconoscimenti provenienti dall’esterno. Si parla in questi casi di “depressione anaclitica” (il termine “anaclitico” fa riferimento all’appoggiarsi su qualcuno/qualcosa), caratterizzata prevalentemente da angoscia di abbandono e senso di isolamento, da un pervasivo bisogno di essere amati “nutriti” e protetti da persone o situazioni particolarmente investite sul piano affettivo.

Ci sono circostanze in cui l’affetto depressivo “non trova le parole” e si esprime nel corpo, con somatizzazioni di vario genere, si parla in questo caso di “depressione mascherata”: non si osserva il tipico abbassamento del tono dell’umore, mentre prevalgono i sintomi somatici come dolori diffusi, disturbi gastrointestinali, cefalea, insonnia, stanchezza persistente o altri sintomi fisici. L’espressione nel corpo del disagio depressivo risulta particolarmente importante nei bambini – che ancora non dispongono di adeguati mezzi verbali e di capacità cognitive che consentano di dar voce alle loro emozioni – e negli adolescenti o negli anziani, per i quali il corpo, anche se per motivi molto diversi, assume nel vissuto soggettivo un’importanza centrale.

Talvolta è invece un ricorrente stato di agitazione a mascherare un sottostante assetto depressivo: il sentimento di incapacità e fragilità intrinseco alla depressione fa sì che ogni cosa, ogni impegno, scelta o relazione, possa diventare una minaccia al proprio equilibrio. L’allerta permanente che ne consegue si manifesta con una sintomatologia ansiosa, in apparente assenza di depressione; nella pratica clinica sono frequenti i casi di ansia che, ad un esame più approfondito, si precisano in realtà anche come disturbi depressivi (depressione agitata).

Infine la depressione può presentarsi insieme alla patofobia, con il convincimento angoscioso di essere affetti da qualche malattia fisica, grave o mortale, in assenza di una corrispondente patologia organica riscontrabile nella realtà. Spesso questa condizione si accompagna al corteo dei diversi sintomi che caratterizzano il quadro clinico tipico della depressione, ma a volte appare essenzialmente come angoscia ipocondriaca, come terrore di fronte alla malattia di cui ci si crede portatori, come una “depressione senza affetto depressivo”.

Come si può intervenire?

Nel trattamento della depressione si ricorre alla terapia con antidepressivi e alla psicoterapia, entrambe di fondamentale importanza.

La terapia con antidepressivi è unicamente sintomatica, agisce cioè sui sintomi ed è necessaria quando la loro gravità inibisce la vita sociale, lavorativa e affettiva.

Intervenire solo con i farmaci però molte volte non basta: va ricordato infatti che le cause della depressione non sono soltanto di tipo biologico e che il disturbo può insorgere anche per motivi di natura psicosociale.

In molti casi, proprio quando la gravità dei sintomi inibisce la vita sociale, relazionale e professionale dei pazienti, ricorrere alla sola psicoterapia non è una scelta corretta: è bene, infatti, intervenire farmacologicamente sui sintomi, in modo da ridurne la gravità e iniziare così un percorso di psicoterapia. Quest’ultimo in particolare può offrire uno spazio di accoglienza e riconoscimento dei propri vissuti, sostiene la persona in un percorso di conoscenza di sé volto a mettere in parola quel dolore prima rappresentato dalla depressione o da un corpo sofferente.


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28 dicembre 2018 News0

Stabilire dei limiti non equivale ad alzare la voce, arrabbiarsi o mancare di rispetto all’altro non tenendo conto dei suoi bisogni. Mettere dei limiti significa proprio il contrario: strutturare, regolare il comportamento e insegnare, in poche parole vuol dire educare.

Educare implica il dire “no” a richieste inappropriate, trasmettendo ai nostri figli il principio che a volte bisogna saper aspettare per ottenere ciò che si desidera. Educare significa anche insegnare che alcuni comportamenti hanno delle conseguenze pertanto andrebbero corretti.

Sono molteplici le domande e i dubbi che ci travolgono quando si tratta di educare i nostri figli, così come le emozioni, soprattutto quando bisogna stabilire dei limiti. Molti genitori sentono di essere rispettivamente “cattivi padri” o “cattive madri” quando devono prendere decisioni che riguardano le regole da fissare.

Facciamo un esempio: vi trovate in pizzeria con vostro figlio, improvvisamente quella che doveva essere una piacevole uscita di famiglia si trasforma in breve tempo in una situazione frustrante e imbarazzante. Vostro figlio pretende di avere lo smartphone per giocare, ma voi non soddisfate questa sua richiesta perché pensate non sia il momento per isolarsi. Il bambino a questo punto inizia a piangere, gridare, si butta per terra e scalcia. Voi iniziate a vergognarvi perché a quel punto tutti gli altri clienti vi guardano disturbati dalla situazione, vi arrabbiate sempre di più e per porre fine al caos date il telefono al bambino. A questo punto tutto si tranquillizza: vostro figlio smette di fare i capricci e soddisfatto si mette a giocare, voi non dovete più preoccuparvi degli sguardi infastiditi e giudicanti delle altre persone e potete continuare la cena.

In una situazione di questo tipo, ovvero quando i genitori cedono, da una parte si sentono sollevati perché il bambino smette di piangere e non si devono più vergognare, dall’altra però trasmettono al bambino l’idea che grazie ai capricci può ottenere tutto ciò che desidera. Per i genitori è più semplice cedere alle richieste dei figli, ma a lungo andare il prezzo di questa abitudine sarà sempre più alto perché i comportamenti inappropriati si riprodurranno a velocità esponenziale con conseguenze sempre più sgradevoli.

Il bambino imparerà a manipolare gli adulti di riferimento attraverso questi comportamenti utilizzandoli regolarmente, mentre i genitori non riusciranno più a controllare il comportamento del proprio figlio se non accontentando ogni sua richiesta.

La mancanza di limiti ha delle conseguenze sullo sviluppo della personalità: gli individui che non hanno strutturato dei limiti hanno una bassa tolleranza alla frustrazione, fanno fatica a riconoscere e gestire le proprie emozioni e non accettano di buon grado le regole e gli obblighi. In genere manipolano e fanno sentire in colpa gli altri al fine di ottenere ciò che vogliono.

I troppi privilegi, la scarsa pazienza, la mancanza di costanza e impegno, la scarsa capacità di collaborazione, le aggressioni e anche la distruzione di oggetti, sono tutte conseguenze di un processo educativo carente di limiti. Il bambino diventa il despota in casa: è lui a ordinare, comandare e decidere.

Sono molte le famiglie in cui è il bambino ad avere l’ultima parola e gli adulti si adattano alle sue routine, ai suoi programmi, soddisfacendo ogni richiesta e capriccio.

Il compito principale dei genitori è proprio quello di educare i figli affinchè possano essere autonomi e auto-regolarsi, ma per far sì che questo avvenga è necessario che inizialmente vengano regolati dall’esterno attraverso la trasmissione di limiti e regole.

Il mestiere del genitore è sicuramente il più difficile e faticoso senza ferie o pause, a volte si può avere bisogno di un piccolo aiuto da parte di un professionista per evitare che la situazione diventi incontrollabile.


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22 novembre 2018 News0

L’abbandono del proprio partner, dei genitori durante l’infanzia o persino della società è una condizione che genera una ferita che, anche se nascosta, difficilmente rimargina completamente.

Ci si può trovare a dover affrontare, sin dalla più tenera età, la paura dell’abbandono.

Sentirsi abbandonati non equivale solo ad avere un genitore effettivamente assente durante l’infanzia, spesso si tratta di un abbandono emotivo che ha delle conseguenze più profonde e dolorose. Avere dei genitori fisicamente presenti ma assenti dal punto di vista emotivo, per un bambino può essere devastante per il proprio sviluppo relazionale, in quanto vengono minate le basi per lo sviluppo di un attaccamento sano.

Essere abbandonati durante l’infanzia è un’esperienza che segna e può portare a continui fallimenti affettivi che lasciano un senso di vergogna e angoscia. L’angoscia dell’abbandono porta a provare la sensazione di aver perso qualcosa e scava un vuoto dal quale echeggia il pensiero di non poter essere amati e che la solitudine sia il solo ed unico rifugio…che in fondo non ci si può fidare di nessuno!

Questa sensazione di vuoto non ha età, qualsiasi bambino la può sentire, qualsiasi adulto ne può essere devastato.

Temere che le persone che amiamo possano abbandonarci da un momento all’altro è comprensibile soprattutto quando esperienze del genere sono state già vissute, tuttavia non è sana l’ansia che si scatena di conseguenza: non possiamo permettere che il pensiero ossessivo di essere lasciati ci tormenti.

La paura dell’abbandono può diventare una prigione asfissiante che arriva a pregiudicare qualsiasi rapporto. Il modo migliore per gestirla è capirne l’origine. Si tratta di una paura primordiale che ha origine dalle relazioni primarie, pertanto liberarsene può non essere semplice, tuttavia sanare questa ferita aperta porta ad uscire da una gabbia che ci tiene prigionieri insieme alle nostre carenze affettive.

Il trauma di uno o più abbandoni va a minare la propria autostima: sentiamo di non valere nulla e si può sviluppare l’ansia di ulteriori abbandoni. La paura dell’abbandono può portare alla costruzione di dinamiche relazionali “tossiche”: si ha un bisogno continuo dell’altro, al punto da arrivare a rinunciare alla propria autenticità pur di sentirsi amati ed apprezzati (rinuncio a me stesso pur di compiacere l’altro).

Nessuno merita di vivere una relazione del genere: nessuno ha il compito di salvarci ed il partner non può rappresentare la nostra unica fonte di affetto. L’unico amore che può davvero guarire è quello per noi stessi.

Non si può permettere che la mancanza di fiducia vada a minare le nostre relazioni di coppia: per raggiungere la stabilità è necessario lavorare sulla fiducia in noi stessi per poter poi stingere rapporti più maturi e significativi.

E’ importante lavorare sulla propria autonomia emotiva, solo noi, infatti, possiamo colmare i nostri vuoti: non si può pretendere che qualcun altro si assuma le nostre responsabilità.

Il processo che porta ad elaborare e superare la paura dell’abbandono può essere un percorso lungo e doloroso che difficilmente si riesce a percorrere senza un aiuto.

Qualsiasi abbandono, fisico o mentale, lascia una profonda ferita. Se si sente che questo sentimento ci limita e impedisce di instaurare relazioni mature e soddisfacenti, è il caso di contattare uno psicologo.

Solo quando saremo in grado di dare a noi stessi l’amore che meritiamo, le cose cambieranno.


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18 giugno 2018 News0

La gravidanza e la maternità sono eventi di enorme portata nella vita di una donna.

Determinano cambiamenti fisici e psicologici che spesso possono diventare difficili da gestire e far emergere malessere e disagio.

Sono un periodo di cambiamento e di crisi evolutiva, caratterizzato da una precarietà emotiva che deriva dal trovarsi ad affrontare emozioni che spesso non si conoscono o non si sanno riconoscere, dalla paura di non essere all’altezza del compito, dal riferimento alle proprie esperienze di figlia, il cui ricordo può aiutare od ostacolare la propria esperienza di genitore.

Purtroppo l’aiuto che arriva alle mamme in attesa o alle neo-mamme dalla società in genere riguarda più consigli pratici su parto, allattamento, pappe e pannolini, piuttosto che informazioni su come nasce e si costruisce la relazione col proprio bambino, su quali emozioni, difficoltà, crisi possano scatenare la gravidanza e la maternità e su come tutte si possano affrontare in maniera efficace.

Inoltre nell’immaginario collettivo la gravidanza e la maternità sono eventi connotati sempre e solo in senso positivo: la madre deve essere felice per definizione e non può permettersi di avere problemi o se li ha deve reagire in nome dell’amore per il figlio ed il partner.

In realtà, se ci si ferma ad ascoltare una donna che è in attesa di un figlio o che lo ha appena avuto, si scoprirà che i sentimenti e le emozioni non sono certo racchiudibili in tali luoghi comuni. Emergeranno invece spesso la paura, la fatica, il senso di colpa, l’inadeguatezza, l’impotenza, la rabbia.

Capita spesso di pensare: “Ce la farò?” oppure “Sono malata se penso che non ce la faccio?”

In realtà, quando nasce un bambino, nasce anche una madre che ha bisogno di sostegno e cura quanto il bambino che deve nascere o è appena nato.

Il sostegno psicologico, l’incoraggiamento, l’ascolto ed il rispetto delle proprie sensazioni e stati d’animo è sicuramente basilare per la mamma in attesa o per la neomamma.

Per offrire cure ad un piccolo totalmente dipendente è indispensabile essere psicologicamente ed emotivamente in grado di farlo, e questo può avvenire solamente se una madre è, a sua volta accudita, se i suoi vissuti, anche e soprattutto quelli negativi, sono accolti e non rifiutati come “anormali”.

Ci sono persone che rimangono colpite quando scoprono che un neonato non suscita in loro solo sentimenti d’amore affermava Winnicott.

Invece è importante sapere che anche l’aggressività è una componente dell’amore materno, da sempre.

E’ importante sapere che ci si può sentire inadeguate, impotenti, in colpa, arrabbiate, esauste, distrutte e che questo non significa essere madri “cattive”. E’ necessario però parlare di tutti questi sentimenti, non isolarsi, non chiudersi nel proprio mondo credendo di essere “sbagliate”.

Il periodo della gravidanza è importante per costruire lo spazio affettivo che accoglierà il bambino, lo è pure per l’elaborazione delle crisi e dei conflitti che possono emergere in questo momento e che si rivelano necessari per la ristrutturazione della relazione di coppia e per la preparazione dei coniugi al ruolo di genitori.

La nascita di un figlio può infatti alterare tutta una serie di equilibri e dinamiche che la coppia si è costruita nel tempo. Possono nascere tensioni ad esempio rispetto alla gestione della vita domestica e dei ruoli in casa, sulle modalità di cura ed educazione del bambino. A volte possono riattivarsi questioni non risolte rispetto ai propri modelli genitoriali e diventa indispensabile impegnarsi per affrontarle ed elaborarle. L’arrivo di un figlio richiede una ridefinizione delle regole e degli spazi nella coppia, e questo richiede grande flessibilità, capacità di definizione dei confini del nuovo nucleo familiare e acquisizione e rinforzo delle nuove competenze genitoriali.

La genitorialità può diventare un’opportunità di crescita per la coppia, l’aiuto di un professionista può favorire il confronto e migliorare la comunicazione e l’intesa. L’esplicitazione e condivisione delle proprie ansie può ridurre le incomprensioni e rafforzare il legame.

Il servizio di sostegno alla maternità fornisce supporto psicologico alla donna nel corso della gravidanza, nei mesi immediatamente successivi al parto e durante i primi anni di vita del bambino.

Nello specifico si propone un percorso finalizzato a:

  • supportare la donna durante questa delicata fase del ciclo di vita, offrendo uno spazio di ascolto rispetto alle paure e alle preoccupazioni che possono emergere durante la gravidanza e dopo la nascita del bambino
  • creare uno spazio mentale che predisponga all’accogliere il neonato. In particolare, durante la gravidanza la donna viene aiutata a rielaborare i ricordi delle relazioni con le proprie figure di accudimento e delle esperienze di sé come figlia
  • focalizzare l’attenzione sulle rappresentazioni e le aspettative della donna rispetto all’assumere il ruolo di madre
  • facilitare il riconoscimento dei bisogni emotivi e fisiologici del proprio bambino
    sostenendo le donne a rischio di depressione post partum
  • fornire un supporto rispetto alle difficoltà nell’alimentare il proprio bambino sia nella fase dell’allattamento sia durante l’acquisizione dell’alimentazione autonoma e valutare le difficoltà alimentari del bambino tra 0 e 3 anni di vita, tramite l’osservazione dell’interazione madre-bambino durante il pasto.

 


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9 aprile 2018 News0

Il terremoto, così come ogni evento naturale che provoca disastri, conduce l’uomo a sperimentare paure profonde e ancestrali, dal momento che lo mette nella condizione di dover fare i conti con un fenomeno assolutamente imprevedibile e che nessuna invenzione umana è in grado di controllare pienamente. Quando la terra trema, quando la natura fa sentire la sua “voce”, non solo viene messa a repentaglio la propria esistenza, ma vacillano anche i propri punti di riferimento e tutte le certezze. Questa paura ancestrale è amplificata in coloro che soffrono d’ansia e tendono a voler mantenere il controllo di tutto per poterla gestire al meglio.

La paura dell’ignoto, della possibilità di morire e talvolta il senso di responsabilità per l’incolumità dei propri bambini o dei genitori anziani, possono provocare non poche conseguenze a livello psicologico.

I sintomi frequenti che si sviluppano in questa fobia sono tutti sintomi che rientrano in un quadro di ansia e sono:

  • Palpitazioni, respiro rapido e iperventilazione
  • Desiderio di fuggire
  • Sudorazione
  • Secchezza della bocca
  • Vertigini
  • Disturbi intestinali
  • Tendenza a pianificare ogni via di fuga in caso di terremoto.

Le reazioni possono essere diverse: alcune persone sono più resilienti, sono cioè più capaci di “assorbire” l’urto di un evento catastrofico, altre lo sono meno. Anche all’interno di una stessa famiglia i vissuti possono essere molto differenti, nonostante magari la scossa sia stata vissuta nella stessa casa e affrontata con le stesse modalità.

Il trauma che un terremoto crea intacca qualcosa di profondo, qualcosa che è legato all’identità delle persone e dei popoli, alle certezze di una vita, a una quotidianità che non esiste più, all’incertezza sul futuro. Le crepe nelle case e negli edifici hanno moltissime similitudini con le crepe che si formano all’interno delle persone.

La metafora della distruzione è complementare alla metafora della ricostruzione, così come gli edifici si mettono in sicurezza e si ricostruiscono, così le memorie vengono rispolverate e riempite di nuove esperienze; così come le crepe vengono sistemate, così le fratture del sé vengono ricucite; alcune ferite si rimarginano, altre lasceranno per sempre il segno.

Il terremoto porta alla luce paure profonde e la consapevolezza della precarietà dell’esistenza, con effetti psicologici molto seri. Può essere tuttavia l’occasione per riflettere sul senso della nostra vita, sulla qualità dei rapporti umani, sui valori che fino ad oggi abbiamo seguito, su ciò che è veramente importante per noi.

Quando ormai si pensa di aver superato il trauma, una scossa o un anniversario può far riemergere ricordi e reazioni che non si riescono a gestire e controllare. Questo può essere il segnale che la ferita è ancora viva e aperta e che è stata soltanto coperta per un po’ solo per evitare il sanguinamento. In questi casi può essere importante chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta per riuscire ad esplorare e affrontare il trauma senza farsi dominare da esso.


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5 febbraio 2018 News0

L’ansia da esame è caratterizzata dalla paura, dal terrore, di affrontare un’interrogazione o un esame. Ben altra cosa è l’ansia fisiologica che può accompagnare e favorire una prestazione, e porta al raggiungimento di migliori risultati rispetto alla sua completa assenza o ad eccessivi livelli di ansia.

Nell’ansia da esame patologica, l’idea di dover sostenere una prova è associata ad intensi sintomi come preoccupazione, pensieri o immagini catastrofiche (essere bocciati, fare una figuraccia, fare scena muta, non ricordare nulla, avere una crisi di panico, scappare all’ultimo momento, sentirsi falliti, umiliati, difettati o deludere gli altri significativi) che innescano la cosiddetta “ansia anticipatoria”.

Le persone affette da ansia da esame possono sviluppare tutta una serie di sintomi tra i quali: ansia diffusa, preoccupazione eccessiva per la prova, confusione, tremori, agitazione, irrequietezza, incapacità a rilassarsi, tachicardia, nausea, vertigini, sintomi fisici vari; nei casi più “gravi” questi sintomi possono sfociare in un vero e proprio attacco di panico situazionale che, può innescare la paura di morire, di perdere il controllo di se stessi o di impazzire. Spesso le persone affette da ansia d’esame evitano di affrontare la prova per il timore di non riuscire a sopportare i sintomi e le conseguenze dell’ansia. Spesso si cerca di far fronte all’ansia da esame assumendo ansiolitici che possono alleviare lo stato ansioso ma non incidono sulle cause psicologiche che sono alla base della crisi ansiosa.

Gli adulti e gli adolescenti sono consapevoli che la loro paura è irrazionale o, quanto meno, esagerata ma, nonostante questa consapevolezza, non riescono a fronteggiarla, anzi il fatto di essere coscienti di esagerare espone gli studenti ad ulteriori sofferenze che derivano dalla considerazione di essere diversi dagli altri, troppo fragili, di non poter raggiungere traguardi ambiziosi, di deludere gli altri, di essere dei falliti. Questi pensieri negativi possono compromettere l’autostima, innescare vissuti di inadeguatezza a cui spesso si accompagnano sentimenti di vergogna, autosvalutazione e depressione.

A causa dell’ansia da esame la persona può compromettere il proprio percorso scolastico ritardando la conclusione degli studi oppure può avere un rendimento inferiore all’investimento, all’impegno nello studio e alle proprie capacità cognitive. Nei casi più gravi l’ansia da esame può spingere l’individuo ad abbandonare gli studi nonostante le potenzialità.

Spesso, per queste persone, la prova da affrontare (sia essa un’interrogazione, un compito in classe o un esame), non si limita ad una prestazione ma coincide con il valore personale che si attribuiscono: in sostanza fallire ad un esame equivale ad essere dei falliti, compromettere la propria vita, deludere se stessi e gli altri.

Il lavoro psicoterapeutico mette spesso in risalto come, nella storia di chi soffre di ansia da esame patologica, l’autostima ed il valore personale, così come l’essere degni di amore, sia stato condizionato dalle “prestazioni”, in particolare scolastiche.

E’ possibile riscontrare nella storia di queste persone episodi specifici che le hanno portate all’eccessivo investimento sul successo scolastico per ottenere ammirazione, amore, approvazione o, al contrario, evitare umiliazioni o rimproveri. L’ansia da esame è spesso accompagnata da pensieri di fallimento, vergogna, paura di deludere gli altri o di compromettere il proprio futuro. In genere, le persone che manifestano eccessiva ansia da esame hanno un’autostima condizionata dagli altri (insegnanti, datori di lavoro, partner, genitori, amici, ecc.) e quindi più vulnerabile poiché basata su criteri esterni che spesso possono rivelarsi arbitrari.

L’ansia da esame non è dunque semplicemente l’ansia per l’esame, ma l’angoscia, che può sfociare in panico, di dover ogni volta giocarsi tutto: autostima, fiducia, approvazione, amore, e rischiare di perderlo. Ognuno di noi esposto a questo rischio manifesterebbe un’ansia patologica. Alcune persone possono funzionare abbastanza bene finché un episodio, come una bocciatura imprevista, un voto basso o una prestazione non all’altezza, fa crollare tutta la sicurezza innescando o, aumentando, l’ansia per gli esami futuri. In altri casi le persone fanno i conti con la propria ansia da sempre.

L’ansia da esame può influire in maniera significativa sulla qualità della vita della persona e questo deve far riflettere circa l’importanza di un trattamento psicoterapeutico.

Il problema centrale da affrontare all’interno di un percorso psicologico consiste nel rafforzamento della propria autostima rendendola meno dipendente dal giudizio degli altri.


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28 gennaio 2018 News0

Forse dovrei andare da uno psicologo! È una frase che molti pensiamo in momenti difficili, in realtà ad oggi sono ancora pochi coloro che decidono di intraprendere un percorso terapeutico nonostante la psicologia incuriosisca e affascini la maggior parte delle persone.

“Chi va dallo psicologo è pazzo!”: questo sembra essere un pregiudizio ormai abbattuto, nonostante ciò ci sono una serie di false credenze che ostacolano la scelta di rivolgersi ad uno psicologo nei momenti di crisi o di difficoltà legati a fasi particolari della propria vita.

Cerchiamo di approfondire alcune delle motivazioni che prevalgono nel momento in cui si sceglie di intraprendere un percorso psicologico ma ci frenano nel momento in cui dovremmo fare la chiamata per il primo colloquio:

  • Lo psicologo costa molto

Si pensa spesso che una terapia psicologica richieda più sedute a settimana a un costo elevato, in realtà la maggior parte dei professionisti propongono una seduta settimanale o anche quindicinale in base alle esigenze, rendendo la spesa molto più accessibile.

Nessuno nega che si tratti di un corposo investimento economico, ma è appunto un investimento sulla propria salute e benessere paragonabile ad altre spese sanitarie e come tale detraibile fiscalmente.

  • Posso parlare con i miei amici

Sicuramente la vicinanza emotiva e il sostegno degli amici è una risorsa fondamentale per ogni individuo in particolare nei momenti di difficoltà, ma il supporto psicoterapeutico è un intervento di struttura differente con caratteristiche e modalità specifiche.

La competenza professionale di uno psicologo porta il paziente non solo a tirare fuori e sfogare i propri problemi, ma soprattutto ad elaborare i propri vissuti, ad essere più consapevole delle proprie emozioni riuscendo in tal modo a gestirle, ad analizzare le proprie relazioni e i propri comportamenti.

Il segreto professionale al quale è legato lo psicologo inoltre, può favorire il paziente ad aprirsi su temi profondi e privati senza sentirsi giudicato.

  • Chiedere aiuto è segno di debolezza

Decidere di intraprendere un percorso terapeutico nel quale mettersi in discussione a 360 gradi per poter migliorare, è un atto di grande coraggio, il solo fatto di fare una chiamata per chiedere un appuntamento richiede uno sforzo emotivo non da poco.

Per ammettere la propria sofferenza, per chiedere aiuto e mettersi in discussione ci vuole forza e coraggio, è molto più semplice far finta che tutto vada bene o si risolverà col tempo.

  • Sono forte, ce la faccio da solo

Spesso il pensiero di riuscire ad affrontare il problema da solo rivela il fatto che il problema è stato soltanto messo da parte con la speranza che il congelamento e il tempo possa farlo sparire.

In realtà poi ci si ritrova a rivivere sempre gli stessi problemi, le stesse delusioni, le stesse dinamiche relazionali.

Le difficoltà vanno attraversate ed elaborate per essere superate, si tratta di un lavoro faticoso e a volte non si ha la lucidità per mettersi completamente in discussione da soli, per questo i problemi si ripresentano e i sintomi possono aumentare.

  • A me non serve lo psicologo

Spesso non si è consapevoli dei propri problemi, a volte le persone si rendono conto che nella loro vita c’è qualcosa che non va e agiscono per attuare dei cambiamenti ed essere più soddisfatti, al contrario altre persone attribuiscono la responsabilità e la causa dei propri problemi all’esterno senza mettere minimamente in discussione il proprio comportamento o atteggiamento.

Si tratta dei casi sicuramente più gravi e più difficili, la mancanza di consapevolezza non permette di chiedere aiuto e richiede l’intervento di amici e parenti esasperati che cercano di incitare la persona a mettere in luce le proprie difficoltà che risultano ormai non più tollerabili per l’ambiente di appartenenza.


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18 gennaio 2018 News0

La rivalità e gelosia tra fratelli è un fenomeno molto comune nelle famiglie con due o più figli. Il conflitto viene espresso attraverso aggressioni verbali e fisiche soprattutto da parte del fratello più grande che spesso accusa i genitori di avere delle preferenze per il figlio più piccolo.

Dopo aver vissuto nella condizione di “figlio unico” per diversi anni con la convinzione di mantenere questa posizione privilegiata per lungo tempo o addirittura per sempre, il primogenito si sente spodestato dall’arrivo del fratellino o della sorellina che diventa il fulcro dell’attenzione dei genitori.

La gelosia che caratterizza il rapporto tra fratelli, nella realtà ha come bersaglio proprio la madre o il padre: gli attacchi nei confronti del più piccolo spesso derivano dal timore di essere trascurati e messi da parte.  Il nuovo arrivato assume il ruolo di intruso, di rivale da combattere per riconquistare la vecchia posizione centrale di potere.

I genitori possono avere dei comportamenti diversi nei confronti del secondo figlio, essendo più maturi e sicuri per l’esperienza acquisita, inoltre il primo figlio a volte viene caricato da investimenti eccessivi, considerato il garante della continuità familiare è gravato da un peso simbolico proprio del primogenito. Questo porta il bambino a fare dei confronti, a subire cambiamenti negli spazi, nelle abitudini che spesso i genitori non riescono a compensare: tutto questo genera frustrazione, senso di abbandono e rabbia.

L’esperienza dell’arrivo di un fratello è comunque un’esperienza importantissima, un momento di crescita e maturazione per il figlio più grande che è costretto a confrontarsi, senza potersi sottrarre, con bisogni, comportamenti e interessi nuovi.

Diversità e somiglianza sono le caratteristiche che rendono unica la relazione tra fratelli: necessità di distinguersi dall’altro, di fare spazio affettivo per accogliere un altro individuo diverso ma simile, con il quale si condividono oltre al patrimonio genetico, anche esperienze comuni e la storia familiare.

Il primogenito può trovarsi nella posizione di essere oggetto di dipendenza e ammirazione da parte del fratello e cerca di barcamenarsi tra la rivalità, la solidarietà e la condivisione di spazi e tempi oltre che dei genitori.

La relazione tra fratelli si può considerare come la prima palestra di vita sociale, un’occasione di apprendimento e sperimentazione delle proprie capacità di cura, di collaborazione e di alleanza per ottenere dei vantaggi comuni.

La funzione della madre e del padre nel rapporto tra fratelli deve essere quella di favorire la condivisione cercando di non far sentire al figlio più grande sentimenti di abbandono e trascuratezza, è importante riservare per lui degli spazi privilegiati di ascolto attento e partecipe.

Il ruolo del figlio maggiore non deve implicare responsabilità ed obblighi per soddisfare le aspettative dei genitori che devono favorire l’alleanza e la condivisione di esperienze mantenendo comunque lo spazio vitale di ognuno e l’autonomia.

Tra fratelli esiste un legame unico, irripetibile e speciale che inizia precocemente e dura a lungo nel tempo acquisendo un’importanza sempre maggiore nel corso della vita.


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