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28 dicembre 2018 News0

Stabilire dei limiti non equivale ad alzare la voce, arrabbiarsi o mancare di rispetto all’altro non tenendo conto dei suoi bisogni. Mettere dei limiti significa proprio il contrario: strutturare, regolare il comportamento e insegnare, in poche parole vuol dire educare.

Educare implica il dire “no” a richieste inappropriate, trasmettendo ai nostri figli il principio che a volte bisogna saper aspettare per ottenere ciò che si desidera. Educare significa anche insegnare che alcuni comportamenti hanno delle conseguenze pertanto andrebbero corretti.

Sono molteplici le domande e i dubbi che ci travolgono quando si tratta di educare i nostri figli, così come le emozioni, soprattutto quando bisogna stabilire dei limiti. Molti genitori sentono di essere rispettivamente “cattivi padri” o “cattive madri” quando devono prendere decisioni che riguardano le regole da fissare.

Facciamo un esempio: vi trovate in pizzeria con vostro figlio, improvvisamente quella che doveva essere una piacevole uscita di famiglia si trasforma in breve tempo in una situazione frustrante e imbarazzante. Vostro figlio pretende di avere lo smartphone per giocare, ma voi non soddisfate questa sua richiesta perché pensate non sia il momento per isolarsi. Il bambino a questo punto inizia a piangere, gridare, si butta per terra e scalcia. Voi iniziate a vergognarvi perché a quel punto tutti gli altri clienti vi guardano disturbati dalla situazione, vi arrabbiate sempre di più e per porre fine al caos date il telefono al bambino. A questo punto tutto si tranquillizza: vostro figlio smette di fare i capricci e soddisfatto si mette a giocare, voi non dovete più preoccuparvi degli sguardi infastiditi e giudicanti delle altre persone e potete continuare la cena.

In una situazione di questo tipo, ovvero quando i genitori cedono, da una parte si sentono sollevati perché il bambino smette di piangere e non si devono più vergognare, dall’altra però trasmettono al bambino l’idea che grazie ai capricci può ottenere tutto ciò che desidera. Per i genitori è più semplice cedere alle richieste dei figli, ma a lungo andare il prezzo di questa abitudine sarà sempre più alto perché i comportamenti inappropriati si riprodurranno a velocità esponenziale con conseguenze sempre più sgradevoli.

Il bambino imparerà a manipolare gli adulti di riferimento attraverso questi comportamenti utilizzandoli regolarmente, mentre i genitori non riusciranno più a controllare il comportamento del proprio figlio se non accontentando ogni sua richiesta.

La mancanza di limiti ha delle conseguenze sullo sviluppo della personalità: gli individui che non hanno strutturato dei limiti hanno una bassa tolleranza alla frustrazione, fanno fatica a riconoscere e gestire le proprie emozioni e non accettano di buon grado le regole e gli obblighi. In genere manipolano e fanno sentire in colpa gli altri al fine di ottenere ciò che vogliono.

I troppi privilegi, la scarsa pazienza, la mancanza di costanza e impegno, la scarsa capacità di collaborazione, le aggressioni e anche la distruzione di oggetti, sono tutte conseguenze di un processo educativo carente di limiti. Il bambino diventa il despota in casa: è lui a ordinare, comandare e decidere.

Sono molte le famiglie in cui è il bambino ad avere l’ultima parola e gli adulti si adattano alle sue routine, ai suoi programmi, soddisfacendo ogni richiesta e capriccio.

Il compito principale dei genitori è proprio quello di educare i figli affinchè possano essere autonomi e auto-regolarsi, ma per far sì che questo avvenga è necessario che inizialmente vengano regolati dall’esterno attraverso la trasmissione di limiti e regole.

Il mestiere del genitore è sicuramente il più difficile e faticoso senza ferie o pause, a volte si può avere bisogno di un piccolo aiuto da parte di un professionista per evitare che la situazione diventi incontrollabile.


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18 giugno 2018 News0

La gravidanza e la maternità sono eventi di enorme portata nella vita di una donna.

Determinano cambiamenti fisici e psicologici che spesso possono diventare difficili da gestire e far emergere malessere e disagio.

Sono un periodo di cambiamento e di crisi evolutiva, caratterizzato da una precarietà emotiva che deriva dal trovarsi ad affrontare emozioni che spesso non si conoscono o non si sanno riconoscere, dalla paura di non essere all’altezza del compito, dal riferimento alle proprie esperienze di figlia, il cui ricordo può aiutare od ostacolare la propria esperienza di genitore.

Purtroppo l’aiuto che arriva alle mamme in attesa o alle neo-mamme dalla società in genere riguarda più consigli pratici su parto, allattamento, pappe e pannolini, piuttosto che informazioni su come nasce e si costruisce la relazione col proprio bambino, su quali emozioni, difficoltà, crisi possano scatenare la gravidanza e la maternità e su come tutte si possano affrontare in maniera efficace.

Inoltre nell’immaginario collettivo la gravidanza e la maternità sono eventi connotati sempre e solo in senso positivo: la madre deve essere felice per definizione e non può permettersi di avere problemi o se li ha deve reagire in nome dell’amore per il figlio ed il partner.

In realtà, se ci si ferma ad ascoltare una donna che è in attesa di un figlio o che lo ha appena avuto, si scoprirà che i sentimenti e le emozioni non sono certo racchiudibili in tali luoghi comuni. Emergeranno invece spesso la paura, la fatica, il senso di colpa, l’inadeguatezza, l’impotenza, la rabbia.

Capita spesso di pensare: “Ce la farò?” oppure “Sono malata se penso che non ce la faccio?”

In realtà, quando nasce un bambino, nasce anche una madre che ha bisogno di sostegno e cura quanto il bambino che deve nascere o è appena nato.

Il sostegno psicologico, l’incoraggiamento, l’ascolto ed il rispetto delle proprie sensazioni e stati d’animo è sicuramente basilare per la mamma in attesa o per la neomamma.

Per offrire cure ad un piccolo totalmente dipendente è indispensabile essere psicologicamente ed emotivamente in grado di farlo, e questo può avvenire solamente se una madre è, a sua volta accudita, se i suoi vissuti, anche e soprattutto quelli negativi, sono accolti e non rifiutati come “anormali”.

Ci sono persone che rimangono colpite quando scoprono che un neonato non suscita in loro solo sentimenti d’amore affermava Winnicott.

Invece è importante sapere che anche l’aggressività è una componente dell’amore materno, da sempre.

E’ importante sapere che ci si può sentire inadeguate, impotenti, in colpa, arrabbiate, esauste, distrutte e che questo non significa essere madri “cattive”. E’ necessario però parlare di tutti questi sentimenti, non isolarsi, non chiudersi nel proprio mondo credendo di essere “sbagliate”.

Il periodo della gravidanza è importante per costruire lo spazio affettivo che accoglierà il bambino, lo è pure per l’elaborazione delle crisi e dei conflitti che possono emergere in questo momento e che si rivelano necessari per la ristrutturazione della relazione di coppia e per la preparazione dei coniugi al ruolo di genitori.

La nascita di un figlio può infatti alterare tutta una serie di equilibri e dinamiche che la coppia si è costruita nel tempo. Possono nascere tensioni ad esempio rispetto alla gestione della vita domestica e dei ruoli in casa, sulle modalità di cura ed educazione del bambino. A volte possono riattivarsi questioni non risolte rispetto ai propri modelli genitoriali e diventa indispensabile impegnarsi per affrontarle ed elaborarle. L’arrivo di un figlio richiede una ridefinizione delle regole e degli spazi nella coppia, e questo richiede grande flessibilità, capacità di definizione dei confini del nuovo nucleo familiare e acquisizione e rinforzo delle nuove competenze genitoriali.

La genitorialità può diventare un’opportunità di crescita per la coppia, l’aiuto di un professionista può favorire il confronto e migliorare la comunicazione e l’intesa. L’esplicitazione e condivisione delle proprie ansie può ridurre le incomprensioni e rafforzare il legame.

Il servizio di sostegno alla maternità fornisce supporto psicologico alla donna nel corso della gravidanza, nei mesi immediatamente successivi al parto e durante i primi anni di vita del bambino.

Nello specifico si propone un percorso finalizzato a:

  • supportare la donna durante questa delicata fase del ciclo di vita, offrendo uno spazio di ascolto rispetto alle paure e alle preoccupazioni che possono emergere durante la gravidanza e dopo la nascita del bambino
  • creare uno spazio mentale che predisponga all’accogliere il neonato. In particolare, durante la gravidanza la donna viene aiutata a rielaborare i ricordi delle relazioni con le proprie figure di accudimento e delle esperienze di sé come figlia
  • focalizzare l’attenzione sulle rappresentazioni e le aspettative della donna rispetto all’assumere il ruolo di madre
  • facilitare il riconoscimento dei bisogni emotivi e fisiologici del proprio bambino
    sostenendo le donne a rischio di depressione post partum
  • fornire un supporto rispetto alle difficoltà nell’alimentare il proprio bambino sia nella fase dell’allattamento sia durante l’acquisizione dell’alimentazione autonoma e valutare le difficoltà alimentari del bambino tra 0 e 3 anni di vita, tramite l’osservazione dell’interazione madre-bambino durante il pasto.

 


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